24/05/2010

Colonna Sonora

note_delicate.jpgNon le senti anche tu queste lacrime?

Vagoni dispersi di stazioni vaganti.

Quando prendi una strada e quella strada è la pioggia e il fondo si sgretola,

non le senti anche tu quelle gocce?

Eppure si muovono leggere fra denti di platino, aspettando che la tua vita scivoli,

torrente d’aria fredda.

È il sapore del bosco che mi allieta, del candido respiro degli alberi,

movimenti lenti di un drago d’erba.

Lo so, forse non capirai le mie parole,

ma mi dirai domani com’è stata l’acqua che ti ho offerto e il pane che hai mangiato

e come il tempo, seduto al pianoforte, resuscitasse il fango.

Già perché di nuvola son capace a fare una coperta

per far sì che il temporale si confonda e non ti prenda

e se il borbottio del tuono ti scoprisse il viso,

allora ruberò cocci di sole per scaldarti.

Non le senti anche tu queste vene?

Eppure parlano di sangue, calde come il seme di un vulcano.

A volte credo di esser sordo,

ma quando mi tendo, l’orecchio frizza e poi divora i suoni.

Non la senti  la musica?

Perché adesso io ti mangio e ti trasformo in note

in modo tale che da ora

tu, colonna del mio mondo, sia sonora.

12:26 Scritto da: fantasimoz | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

L'incedere lieve dell'anima

anima.jpgQuesto incedere lieve dell’anima sopra un mercato di ricordi, dentro un magazzino di idee, gettate per terra come fotografie di una vecchia Polaroid. La pioggia scende e suona un pianoforte di vento, fatto con tasti di pensieri.

Mi sento sospeso in questo deserto d’aria, in un viaggio di follia che scende al terzo piano di un amore.

C’è una fine a questo inizio, che a volte è tiepida e a volte sfugge, lingua dalle tonalità del tempo.

Quest’ultima nota che ha un suono diverso, salta da un muro ad una tenda, scheggia impazzita della bacchetta di un malinconico direttore d’orchestra.

Ondeggio sotto un mare profumato, fra gli occhi di Beethoven e le mani di Mozart.

In questo mercato di strada, dove la gente assaggia il bello della gente, dove queste note dorate le sentono tutti, dove anche il bambino capisce l’infinito, qui, in questo mare, mi siedo e sorrido.

Vedo le persone che passano e scivolano sulla strada che non è più strada, ma un fiume in piena dal sapor dell’aranciata e ridono e ridono e…si danno la mano.

Orchestra, prego, suonate ancora che ho le tasche bucate e devo riempirle d’amore.

Se solo sapessi di questo amore di luna che ogni sera si adagia e si accende. Non posso vedere il tuo mondo con quella luce fioca.

Se piango, è solo perché non vedo!

E mi accorgo che questa pioggia sono le mie lacrime e questo buio è il buio dei miei occhi chiusi.

Voglio annegare anch’io in quel fiume d’aranciata, con la bocca bella larga a catturar le bolle.

C’è un filo appeso al cielo. Mi ci appendo.

Fosse mai che tu che sei il mio angelo avessi una caviglia legata a questo filo.

Mi sveglio. Sei qui, fuori dal sogno, lieve come l’anima sopra un mercato di ricordi.

12:22 Scritto da: fantasimoz | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

03/09/2009

"X - capitolo II"

 

2

 

 

Erano le prime luci dell’alba quando le sirene delle pattuglie illuminarono la zona di un pallido blu elettrico.

La città di Xiria non si era ancora completamente svegliata. Sbadigliava di rugiada.

L’ispettore Xero Karman, volto marocchino e guance scavate, uscì dall’auto di pattuglia. Indossava uno spolverino scuro lungo fin sotto le ginocchia, chiuso da quattro bottoni per tenere fuori il freddo del mattino. L’alito si fondeva in piccoli scivoli di brina sui baffi folti e corvini, lunghi fino al mento. I capelli erano corti, irti per il gel. Gli occhi nuotavano in un nero profondo.

 

Nome: Xero

Cognome: Karman

Età: 45

Luogo di nascita: Xiria

Altezza: 1,78

Peso: 73 Kg

Professione: Ispettore della Polix di Xiria

 

L’ispettore rimase fermo sul bordo della strada per qualche secondo, volgendo lo sguardo verso la porta aperta della villa. Una decina di agenti si davano il cambio dentro la casa senza nemmeno sfiorarsi con gli occhi.

L’ispettore Karman decise di allungare un primo passo verso la soglia di quella che stava per rivelarsi sede di una delle mattanze più atroci della storia.

“Buongiorno Ispettore”. L’agente Natti si presentò davanti a Karman con il berretto di ordinanza fra le mani, asciugandosi insistenti cascate di sudore dalla fronte.

“Purtroppo non è nemmeno iniziato, il giorno”. Gli occhi dell’ispettore erano sempre diretti verso l’antro scuro della villa.

“Mi scusi. Ma sono appena uscito da quell’inferno e non credo che sia mia intenzione tornarci prima di aver vomitato anche quello che ho nell’anima”.

L’agente Nicolax Natti era visibilmente scosso e il pallore del suo viso non faceva che confermare le parole dette.

“È così terribile?”. Karman spostò lo sguardo su quello basso del poliziotto.

Natti non rispose: si limitò a rimettere tutto quello che il suo stomaco conteneva.

L’ispettore non si mosse. Qualche traccia di vomito gli finì sulle scarpe.

“Mi scusi ispettore… sono mortificato”. Parlava biascicando, cercando di smaltire gli avanzi acidi rimasti sulla lingua.

Karman gli mise una mano sulla spalla, prima di procedere verso la casa. Da lontano si vedeva l’inferno aprire le porte e scatenare i suoi demoni.

Il suo respiro meditato si sbriciolava nella condensa creando piccoli aliti di nebbia.

La facciata della villa era dipinta di un rosa opaco, stanco. La porta rilasciava sbadigli malati. L’ennesimo passo portò l’ispettore oltre la soglia, proiettandolo verso il grande salone dal vestito rustico.

Il sergente del RIS, Eva Foschi, passò davanti all’ispettore tagliandone la traiettoria. Mostrò un certo imbarazzo. Non proferì parola. Non salutò nemmeno.

 

Nome: Eva Francesca

Cognome: Foschi

Età: 45

Luogo di nascita: Trieste

Altezza: 1,71

Peso: 54 Kg

Professione: Sergente del RIS di Xiria

 

“Ciao cinquedita. È da molto che non ci vediamo”. Il saluto di Karman rimase freddo come il mattino.

“Mi chiamo Eva, basta con quel cazzo di soprannome”. La donna si mostrò scontrosa, quasi infastidita dalla presenza dell’ispettore.

“Scusa, hai ragione. È passato troppo tempo”. La voce dell’ispettore era bassa e statica.

La donna si spostava frenetica da una parte all’altra della stanza, cercando di raccogliere tutti i particolari utili per ricostruire eventuali tracce lasciate dal killer. I capelli biondi erano raccolti dietro la nuca con un elastico verde.

Un ciuffo le scese sul volto, carezzandole i lineamenti duri. Era ancora bellissima!

Al centro della sala spiccava un grosso tavolo in legno massello lucido quasi totalmente ricoperto di sangue e pezzi di vomito.

Disposti a croce, uno di fronte all’altro, giacevano quattro corpi seduti su altrettante sedie, tutti privi di mani e con la gola tagliata. Un uomo sulla cinquantina, una donna sui quarantacinque, una ragazza e un bambino riposavano eternamente uno di fronte all’altro in una fiera di spettri.

Le mani erano appiccicate al tavolo, ogni coppia davanti al corpo di appartenenza. La mano destra di ogni coppia era stata infilzata nel dorso con una croce di ferro molto rudimentale, ottenuta assemblando due barre di metallo di circa dieci centimetri tenute insieme da un cavo di rame.

Il pavimento era scivoloso tanto era il sangue fuoriuscito dai polsi e dalla carotide delle vittime.

“Se vuoi stare qui mettiti la tuta, per favore”. Il sergente Foschi si rivolse all’ispettore in tono confidenziale, ma amaro.

Un tempo stavano insieme. Un tempo. Poi, il tempo, li aveva allontanati. Erano passati anni da quando avevano smesso di lavorare insieme. Troppi… forse!

Karman sorrise malinconico.

Tirando fuori le mani dalle tasche dello spolverino, si scaldò i palmi con tre alitate calde; poi, cercò la valigia con i presidi giusti per non contaminare la scena. Calzari, una tuta bianca in polietilene, un paio di manicotti e dei guanti monouso diventarono la sua nuova divisa.

Gli agenti della scientifica sembravano formiche frenetiche.

Dopo circa mezz’ora arrivò sul posto il sovrintendente Vincenzo De Lucchi, in compagnia del vice procuratore Alex Alimondi.

La sala non era ancora stata ripulita, motivo per cui i due nuovi ospiti si trovarono di fronte alla stessa realtà passata davanti agli occhi di tutti gli altri.

“Mio Dio”, fu in grado di dire il vice procuratore prima di estrarre un fazzoletto di stoffa dalla tasca del soprabito per tapparsi naso e bocca. Il puzzo era terrificante.

“Cristo santo”. De Lucchi continuò la conta dei beati.

L’ispettore Karman si accostò ai nuovi arrivati. Si tolse i guanti per stringere la mano ai due superiori. Alimondi porse la destra, tenendosi il fazzoletto compresso contro il viso con la sinistra.

“Non è uno spettacolo di tutti i giorni, non è vero vice procuratore?”. Karman si mostrò sarcastico.

“No. Non lo è. Spero che non sia l’inizio di una lunga serie”. De Lucchi rispose per conto di Alimondi.

“È senza dubbio una sorta di rituale. Dubito che chi ha fatto questo abbia intenzione di smettere”.

Il sergente Foschi si alzò da dietro il divano.

“Questo figlio di puttana è solo all’inizio”. Eva non aveva mezze misure.

Il sovrintendente si schiarì la voce, prima di riprendere il dialogo.

“Cosa glielo fa pensare, sergente?”.

La donna sogghignò. Orientò lo sguardo verso le vittime fissandole dentro gli occhi orfani di vita.

“Un massacro di questa portata non è frutto di improvvisazione. Ogni cosa è stata premeditata”. Si fermò per un respiro. “Gli manca la famiglia, al bastardo”.

L’affermazione risultò talmente credibile da costringere i presenti a ragionarci su.

“Ha avuto anche il tempo di ridipingere un’intera parete col sangue delle vittime”. Karman rubò la parola.

“Ma, cosa sta dicendo?”. De Lucchi e il vice procuratore si mostrarono ancora più sbigottiti, increduli.

“Vedete questi segni sul pavimento?”. L’ispettore indicò le tracce di sangue intorno al tavolo. “Sono i solchi di un grosso pennello da imbianchino”. Il resto lo lasciò all’immaginazione.

“Ma che cosa può significare un gesto del genere?”. Alimondi era sconcertato.

Eva illuminò la parete con la propria torcia.

“Che gli piace il rosso”.

E la luce si spense.

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